La Storia

Il Palazzo de’ Mayo è un imponente edificio teatino che affonda le sue radici su preesistenze di epoca imperiale romana, alle quali si aggiungono testimonianze medievali e vicende costruttive successive che, dalle operazioni delle famiglie Costanzo-Mayo avvenute nel XVIII e XIX secolo, arrivano fino al restauro e riqualificazione realizzati dalla Fondazione Carichieti negli anni Duemila.

 

 


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Testo di P. Tunzi

È ben nota la stratificazione edilizia avvenuta nel corso dei secoli nel centro storico di Chieti e le diffuse testimonianze di età romana, in molti casi ipogee, presenti un po’ ovunque. Una di queste, che si rinviene nel nostro palazzo, è la via Tecta della prima età imperiale romana. Ad essa di aggiungono testimonianze medievali e le vicende costruttive successive. I protagonisti della vicenda storica sono i signori Costanzo e i conti Mayo, a cui si deve rispettivamente la realizzazione e il mantenimento del complesso edilizio nell’attuale consistenza e aspetto. Il primo proprietario da noi rinvenuto è il duca di Vacri Giuseppe Valignani, il quale vendette il 14 giugno 1788 ai fratelli Severino, Saverio e Luigi Costanzo una piccola casa situata nel rione di S. Giovanni. La piccola proprietà era parte di una più ampia casa palaziata posseduta in origine dal padre di Giuseppe, il duca Tomaso Valignani, che ne condivideva con il fratello Giovanbattista l’intero edificio sino agli Scolopi. Se si sommano le due unità possiamo immaginare un edificio del ragguardevole valore fiscale, alquanto esteso e pregevole, che nessun nobile possedeva a quel tempo in Chieti. Probabilmente l’edificio era malandato e i Costanzo ne avviarono la ristrutturazione realizzando, dal 1789 sino al 1795, l’attuale edificio con scalone monumentale. La vicenda è attestata da numerosi documenti, tra cui un inventario del 1811 realizzato dopo la morte di Severino Costanzo, e gli apprezzi del 1815 richiesti a seguito di un’oscura vicenda di debito creatasi tra Saverio Costanzo e Celidonio Farina a Napoli. Tale vicenda portò il tribunale a dividere l’intera proprietà in due parti, di cui una andò al Farina e l’altra agli eredi di Severino Costanzo (la moglie e i tre figli). La famiglia Costanzo viveva di affari commerciali sviluppati nella regione abruzzese, a Napoli, Trieste e Marsiglia; in particolare Severino ricoprì delle cariche pubbliche in Chieti sino al suo decesso avvenuto nel 1811. La divisione del palazzo in breve tempo portò il Farina a disfarsi della sua parte per far fronte a diversi debiti,   e gli eredi di Severino Costanzo a vendere la loro parte al conte Levino Mayo nel 1825. Da quel momento il conte iniziò a recuperare l’intera proprietà che si estendeva per oltre 5000 mq e successivamente l’accomodò per affittarla all’Intendenza della Provincia d’Abruzzo Citeriore. Per asse ereditario il palazzo passò nel 1854 al figlio Acindino che eseguì delle opere di restauro nel 1884. Nel 1907 il palazzo fu requisito dal Prefetto per destinarlo al Comando di Divisione “Pinerolo”, e sei anni dopo andò in eredità a Marianna e Corrado Mayo. Giungiamo al 1977, anno in cui Laura, figlia di Corrado, vendette l’intera proprietà alla Cassa di Risparmio di Chieti che intendeva stabilirvi la propria sede. Due anni dopo fu redatto il progetto di straordinaria manutenzione dal parte del gruppo Franco Donato, Luigi Antonucci, Carlo Bonetti, Ennio Piroddi, e presentato al Comune nel 1980. Un primo appalto dei lavori si ebbe nel 1985 e una seconda assegnazione nel 1994. Con l’istituzione della Fondazione Cassa di Risparmio della Provincia di Chieti il Palazzo Costanzo-Mayo è stato a essa venduto il 30 marzo 2004, e questa ne ha curato il recentissimo completamento del restauro, affidando il progetto all’architetto romano Carlo Mezzetti da parte del Presidente Mario Di Nisio. Nei prospetti del nostro palazzo, elevati sul Corso e sul largo limitrofo, si esplica quella linearità classicista già manifestatasi nella Capitale e in alcune città degli stati italiani, contrapposta in Chieti al rigore delle architetture precedenti. Essa diviene foriera di un linguaggio architettonico più lezioso e fonte d’ispirazione per le successive realizzazioni. L’introduzione di un gradevole gioco chiaroscurale di facciata reso attraverso l’uso di un significativo apparato plastico, sancisce un consistente corpus di membrature assenti o poco accentuate negli edifici di età precedente. Sono ornamenti recuperati dalla più antica tradizione che ora diventano considerevoli, quasi a voler riconquistare quell’effetto barocco mai abbondantemente impiegato in città, per protervia o per ritrosia.

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